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Esisterà un post Covid-19 che abbia un senso?

Frastornati, frustrati, così impreparati al prolungato lockdown, ci siamo ritrovati bombardati dalle certezze dispensate dai nuovi “Profeti”. Verità assolute, non sempre disinteressate e qualche volta utili a sè stessi o a interessi magari meno nobili di quanto raccontato.

Domande ripetute fino alla noia su che cosa cambierà nel lavoro, nell’abitare, nelle città. Ed ancora se torneremo mai alla normalità, a viaggiare, ad andare al ristorante o ad un cinema. Di contro risposte altrettanto apparentemente incontrovertibili che hanno immaginato e proposto una società fatta di cupole di plexiglass, di città che si spopolano a vantaggio di ridenti borghi oggi abbandonati, di un’istruzione impartita a distanza attraverso un monitor.

Per concludere abbiamo assistito al grande imbroglio di chi ha spacciato, forse solo confuso, lo “smart working” con il meno nobile “home working” vendendocelo quale soluzione di tutti i mali e moderna panacea al “logorio della vita moderna”. Gli stessi “Profeti”, risultino essi complottisti o meno, hanno a lungo spiegato, con tono saccente, che da questa esperienza ne saremmo usciti migliori, più consapevoli, virtuosi. Quasi che questo maledetto Covid-19 avesse comportato una selezione darwiniana rigeneratrice capace di migliorare, di molto, l’animo umano.


Abbiamo assistito alla teorizzazione della “rete”, delle “piattaforme” della “distanza sociale” a scapito del desiderio più autentico dell’Uomo: l’incontro. Contemporaneamente ci siamo immaginati strumenti visionari per il “distanziamento sociale”, mascherine griffate e sempre più glamour. Container a formare ospedali provvisori, città semivuote e una vita organizzata secondo turni prestabiliti da qualche “Profeta illuminato”. Si teorizza persino la discesa in campo di un esercito di “volontari civici” con il compito, sacro, di far rispettare la distanza sociale quantificata in maniera diversa a seconda delle situazioni.


Ma siamo così certi che l’approccio risulti corretto? Ma esiste un post Covid-19 che abbia un senso? In questo lungo, scomodo e in qualche modo assurdo lockdown bastava osservare la città dalle finestre per coglierne immagini spettrali. Strade, piazze, edifici pubblici, vuoti, abbandonati a se stessi e privi della loro più autentica funzione di celebrazione gioiosa dello stare insieme. Spazi pubblici privati della capacità di mescolare realtà diverse, di contaminare trasformando le differenze in valore.


Basterebbe riappropriarsi di una minima capacità di discernimento per comprendere che il tanto decantato farlocco “smart working” risulta privo di una parte fondamentale di socialità, mancante di un lavoro di relazione e di scambio quotidiano che avviene, ogni giorno, in mille forme diverse. Prendendo un caffè o scambiando due chiacchiere. Sarebbe sufficiente riflettere sul fatto che la didattica a distanza non è “scuola” perché questa è integrazione, confronto con gli altri, crescita, fare amicizia, sodalizzare, imparare dagli errori.

L’isolamento sociale al quale qualcuno intende condannarci, proponendo questo quale unica misura possibile, contraddice, negandola, l’essenza stessa dell’animale sociale che è l’Uomo. Siamo stati indotti a profondere ogni sforzo, ogni pensiero, ogni visione verso l’emergenza dimenticando così di progettare il futuro. Occorre pensare a fondo e chiedersi se davvero fosse necessario un virus per accorgersi dell’esigenza di progettare meglio abitazioni in cui “abitare” e non permanere sporadicamente nei ritagli di tempo. Era davvero necessario un virus per cogliere l’inadeguatezza di molti spazi? Può essere davvero un virus a impedirci di pensare  liberamente consegnando a finti “Profeti”, che non ne hanno azzeccata una nemmeno per sbaglio, il nostro avvenire?


Non possiamo né dobbiamo aspettare che qualcuno disegni il futuro per noi… inventiamo e progettiamo da protagonisti.


Director UK Arch Raffaele Nurra


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